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Ask.fm: dopo Bologna anche a Ravenna i giovani si dividono in “Rave che conta” e Rave disagio”.

20 settembre 2013

Che mia figlia di 16 anni da un po’ di tempo avesse introdotto nella sua dieta sociale del web un nuovo social network era per me cosa nota. La sua buona abitudine di scaricare le app sul mio ipad mi consente infatti un buon livello di “monitoraggio” sul suo utilizzo dei social network. Ammetto anche che il funzionamento di Ask.fm non mi aveva destato alcuna curiosità professionale: un altro social (nato in Lettonia, 70 milioni iscritti nel mondo, 1,4 mln in Italia)  basato sul modello Q&A (domanda e risposta) come altri. Solo la possibilità di mantenere l’anonimato mi aveva acceso una piccola lampadina nella parte di cervello controllata dal settimo senso materno (quello per cui ti pre-occupi a prescindere di qualunque cosa …).

Poi accade il fatto di Bologna: una mega rissa di 250 ragazzi che se le danno di santa ragione dopo essersi insultati sul social Ask.fm dividendosi nella fazione “Bolobene” e “Bolofeccia”. Una distinzione che rispolvera criteri di censo che resistono, come si diceva un tempo, l volgere degli anni e delle stagioni. E allora mi metto sul divano con mia figlia per fare due chiacchiere e riflettere insieme sull’accaduto e  scopro che non solo la vicenda a Bologna non ha suscitato sgomento tra i suoi coetanei, ma è stata subito oggetto di immediata emulazione anche nel ravennate.

Ecco quindi  online su ask.fm la pagina per dividere i giovani di Ravenna in due categorie: “Rave che conta”  e  “ Rave disagio”.

ravecheconta

Il meccanismo è semplice: in forma anonima è possibile postare nella pagina un nome e cognome e subito dopo arriva il verdetto a volte sintetico, a volte accompagnato anche da qualche precisazione. Ad esempio di una ragazza assegnata alla categoria “Rave che conta “ l’anonimo censore scrive:

“notizia fresca fresca di ieri: avvistata al touchè avvinghiata a un ragazzo con vari sbacciucchiamenti. Dopo è stata vista in lacrime, cosa sarà successo?”.

C’è naturalmente chi, fra i ragazzi coinvolti, prova a dire che l’idea non è forse tra le più intelligenti ma manco a dirlo viene zittita e  finisce subito tra la Ravedisagio.

critica ravecheconta

Ora detto questo non credo che il problema sia Ask.fm o i social network in genere, né quelli di oggi né quelli che certamente saranno inventati domani. Io credo che il problema sia invece che non stiamo dando ai nostri figli gli strumenti giusti per fare un uso consapevole e corretto di questi spazi sociali.

E gli strumenti in questo caso sono i tradizionali valori del rispetto, la consapevolezza delle regole sociali e la capacità di valutare la conseguenza delle proprie azioni…declinati al digitale.  Penso infatti che a furia di dirci che i nostri figli sono “nativi digitali”, e quindi naturalmente predisposti a vivere in un ecosistema digitale, ci stiamo dando l’alibi per non porci il problema  che invece i nostri figli devono essere educati per vivere e crescere (bene)  in questo ecosistema.

In pratica  è vero che nativi digitali si nasce, ma cittadini digitali si diventa. E il compito di trasformare i nativi digitali in cittadini digitali spetta anche alle scuola che dovrebbe e-ducare, cioè guidare e condurre i giovani in questo nuovo mondo, non lasciare che lo imparino per attitudine naturale o predisposizione anagrafica. Serve  a mio parere uno spazio nel programma didattico delle scuole dove attraverso il dialogo, il confronto, la condivisione di esperienze e sentimenti si possa insegnare e apprendere l’etica dei social network.

Credo che farebbe bene a tutti: ai nostri adolescenti che avrebbero maggior consapevolezza nel fare le domande su Ask.fm; e a noi genitori  che potremmo dormire sonno più tranquilli.

Di tutto questo ho avuto modo di parlare anche con Rita Bartolomei,  giornalista de il Resto Del Carlino in questa videointervista realizzata qualche giorno fa.

P.S.  Il gatto che vedete nel filmato è il mio, si chiama Wallie e adora girare indisturbato per il mio ufficio.

http://multimedia.quotidiano.net/video/cronaca/ravennabene-e-ravennafeccia-la-testimonianza-di-lidia-marongiu-rc-49495

5 commenti leave one →
  1. Rita Bartolomei permalink
    21 settembre 2013 12:52 pm

    Bologna reagisce allo choc di Ask.fm con le ronde. I vigili d’ora in poi pattuglieranno i giardini, la postale pattugliera’ la rete. Magari fosse cosi’ semplice affrontare il mostro. Il mostro non e’ (sol)tanto la rissa campale, quando si arriva li’ e’ gia’ troppo tardi. Il mostro e’ il vuoto che riempie la solitudine del cuore. E’ lo spionaggio sessuale coperto dall’anonimato, lo sai che quella fa questo  e quest’altro, e’ stata con tizio e caio etc etc. (Fra parentesi: sempre questa e non questo, vabbe’).
    Vorrei che un adulto qualsiasi, non solo un direttore di giornale, si chiedesse: ma chi sono questi ragazzini? Non saranno per caso parenti di quegli insospettabili adulti che a una cert’ora della sera o della notte, alzando un muro verso chi gli vive accanto, tirano le tendine di fb, s’infilano nel privee e messaggiano di tutto a perfetti sconosciuti?
    Questa famelica seduzione, infaticabile a tutte le eta’, mette addosso una tristezza infinita.
    Altro che cool! Che noia!
    Questi ragazzini che s’infilano un cappuccio in testa per scrivere spietate porcherie – e allora prenditi la responsabilita’, vivaddio – , non saranno un po’ parenti di quelle quaranta-cinquantenni che affogano la bacheca di foto in costume, tatuaggi alle caviglie, gambe abbronzate, tanga e vanno in analisi se a fine giornata non ci sono almeno quei duecento cari-tesoro-amore (una parolina cosi’ non si nega a nessuno) a cliccare like, like, like?
    A certi adulti consiglierei di aprire anzi spalancare proprio le finestre. Magari potrebbero finalmente riconoscere il volto del loro ragazzo, del marito, della moglie avvilita e scoprire che fuori c’e’ un bel sole e un’aria che scalda. E gia’ che ci siamo, mamme, babbi, fidanzati: proviamo a pattugliare il cuore!
    Ps. Grazie a Lidia Marongiu, un Virgilio pensante nei marosi della rete. Mi fa sentire al sicuro! Ha ragione lei, studiare, studiare, studiare.

    • lidiamarongiu permalink*
      21 settembre 2013 4:27 pm

      Grazie Rita per il tuo commento.

      E’ una riflessione tanto forte quanto profonda quella che fai.
      Temo però che in termini educativi sia molto difficile intervenire e risolvere qualcosa sui 50enni che citi. Invece sugli adolescenti abbiamo ampi spazi di intervento sia formativi che educativi ma serve la consapevolezza e il coraggio di intervenire presto. Come? Le scuole in questa fase possono avere un ruolo determinante: prevedendo programmi educativi ad hoc, spazi aperti al confronto formando gli stessi docenti su questi temi.
      Invece le ronde sulla rete o sulla strada, sono un intervento sul sintomo e non sulla causa del problema che tacita le coscienze ma nulla risolve.

      • Sara permalink
        27 settembre 2013 8:11 am

        Non sono nativa digitale e non ho figli.
        Ho trent’anni e lavoro sui social, questo sì, ma sono abbastanza giovane per ricordare senza fatica che tutte queste distinzioni e tutte queste “chiacchiere” si facevano anche dieci anni fa, magari sui muri dei bagni piuttosto che sulle bacheche dei social network.

        Da quello che so, nelle scuole, si portano avanti programmi educativi legati alla tutela della privacy e ad un uso consapevole della rete.
        La polizia postale (qui nella provincia di Rimini, altrove non so) sta lavorando per questo e lo sta facendo bene.

        Detto questo mi è poi inevitabile interrogarmi su chi ha realmente il compito di educare.
        Non con malizia, per carità, di soggetti come quelli descritti da Rita è pieno il mondo – e la rete -, ma ancora più dannosa è forse l’ignoranza di quella generazione (quella dei miei genitori) che non sa neppure di cosa stiamo parlando (Ask.fm??!?!).

        Forse è un divagare, ma mi torna in mente quando in terza media (fine anni ’90) gli educatori iniziarono a parlare di AIDS.
        Io sono sempre stata una persona curiosa, ma le mie domande, a casa, non trovarono risposte.
        Tutt’altro problema, tutt’altra sfera, ma quant’è vero che spesso dimentichiamo quali sono, davvero, i luoghi dove l’educazione dovrebbe formare le persone di domani!
        E non dovrebbe essere un dovere dei genitori quello di informarsi su quali sono i pericoli ma anche banalmente gli strumenti dei propri figli?

  2. Rita Bartolomei permalink
    1 ottobre 2013 3:52 pm

    Gentile Sara
    In quanti pero’ leggevano i muri e in quanti leggono le bacheche non tanto virtuali? Anche: mi pare piu’ pericolosa una finta padronanza dei mezzi piuttosto che una totale ignoranza. Quella si puo’ colmare, l’altra no. Sono d’accordissimo, la conoscenza l’educazione sono le leve di tutto. E su questo mi sento pessimista. Leggo le chat di Parolisi e capisco che la malattia e’ proprio grave. Pensatori illuminati come Bauman cercano di scandagliare il cambiamento e di spiegarcelo. L’eterno presente della rete mi pare prima di tutto un cambiamento mentale e fisico insieme. Siamo attrezzati per affrontarlo? La mia risposta e’ no, forse perche’ per prima, come persona non solo come giornalista, mi sento ancora molto ignorante.
    Ps. Scrivo per la seconda volta non per avere l’ultima parola ma perche’ mi pare che su questi argomenti si faccia troppo silenzio (vale anche per i giornali).
    Rita Bartolomei

  3. 2 ottobre 2013 6:56 am

    Grazie Sara e grazie Rita per i vostri commenti. Leggo le vostre parole con un grande interesse e cerco come genitore e come professionista di capire meglio le diverse posizioni. Credo però che su un punto siamo tutti d’accordo: avere figli che nascono nativi digitali non esonera i ragazzi stessi dal dovere di conoscere l’educazione e le regole degli strumenti che scelgono per comunicare. Allo stesso tempo anche noi genitori non digitali non possiamo usare la nostra ignoranza come alibi per “non sapere, non conoscere e quindi non educare”.
    Non condivido invece il pessimismo di Rita non perché non ve ne riconosca le corrette fondamenta ma perché ho bisogno di pensare e impegnarmi perché una soluzione possa esserci.

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